
Estratto da La Torre di Cinquecolli
Estratto da Il Messia della Polvere
Estratto da Preludio d’Inverno
Capitolo I
Bagliori nell’oscurità. Ad ogni ritmico colpo del martello sulla lama incandescente, una miriade di scintille zampillò illuminando la cupa forgia. Era una grossa e vecchia incudine, quella, e mani altrettanto grosse e forti plasmavano, impatto dopo impatto, quell’anonimo pezzo d’acciaio in una spada degna di un cavaliere dell’Erthram. Nell’antico e fiero regno della Croce era notte fonda, fuori faceva freddo e la nebbia nascondeva i peccati degli uomini agli occhi degli dèi.
Il volto del giovane Lancel, illuminato dai fugaci bagliori, tradiva il suo sforzo nel cercare di tener fermo il pesante pezzo di metallo sotto il costante assalto del vecchio Frest. L’acuto clangore continuò a riverberare nel buio.
«Ci siamo quasi,» fece il grande fabbro, asciugandosi di strattamente il sudore dalla fronte, «cerca di tenerlo fermo.»
Lancel annuì, serrando con più decisione le pinze. Il lavoro continuò per un’altra ora, incorniciato dal silenzio del castello.
Quando finalmente posarono la lama nelle calde braci di carbone, dove sarebbe rimasta per qualche altra ora, i due si sedettero su di una panca affacciata sul cortile per rinfrescarsi e riposare.
«Bel lavoro, ragazzo, stai imparando bene.»
A Lancel piaceva molto il vecchio Frest, ma non era sempre stato così. Era irriverente, opinionato, e non aveva mai dimostrato la dovuta riverenza nei suoi confronti. Nei confronti del figlio del Duca di Falldren.
Quand’era più piccolo questo comportamento lo aveva sempre infastidito ma, ora che non era più un bambino, adorava passare del tempo con qualcuno che non facesse in continuazione un inchino in sua presenza, esprimendosi solo per assensi. Soprattutto, del vecchio fabbro ci si poteva fidare. Diceva quel che pensava, senza badare troppo alle conseguenze delle sue parole, ed uno come lui era una spalla preziosa per un giovane di nobile estrazione.
Anche suo padre, il Duca, lo aveva sempre a suo modo la sciato fare.
«Qualcuno dovrà insegnarti a considerare meglio la tua posizione,» gli aveva sentito dire più di una volta, rivolto al suo miglior artigiano, ma questo non sembrava avesse mai cambiato nulla di sostanziale nel rapporto tra i due.
Lancel poteva dirsi contento d’aver fatto un buon lavoro, quella notte. Stava imparando bene, e più cresceva più apprezzava lo sforzo richiesto dall’artigianato come anche la libertà suggerita dalle mura esterne. Era sempre al castello, ma lì si sentiva parte del resto del mondo.
«Quanto starà via, questa volta?» gli chiese il fabbro bevendo del vino, lasciando che l’aria fredda riempisse i suoi polmoni.
«Non so, non l’ha detto. Probabilmente altri sei mesi.»
«Hmm, c’è anche da capirlo. Quest’ultima campagna nel Kohrstnach è stata lunga e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima. Maledetti topi schifosi. C’è molto da fare alla Capitale, ed al fronte, soprattutto per un uomo come lui.»
Non c’è bisogno di difenderlo, pensò Lancel, sappiamo bene perché sta via e prolunga il suo rientro.
Non rispose, rimanendo con lo sguardo perso nella nebbia.
Le botteghe degli altri artigiani, che di giorno animavano l’ampio cortile, erano ora celate alla vista. Erano soli, in quel momento, isolati da quella fitta cortina sospesa a mezz’aria.
«Non volergliene. Tornerà, vedrai,» lo rassicurò Frest.
«Hmm.»
Ulric Friedrich Archibald Falldren, Duca del casato della Bianca Croce, Signore delle terre di Falldren, non sarebbe tornato. Non fintanto che Lancel fosse rimasto lì. Disposizioni erano arrivate, tramite messo reale, e sarebbero presto state messe in atto.
«Mi ha mandato via,» disse dopo un po’, rompendo il silenzio, «vado al Monastero.»
«Capisco,» rispose l’altro, poco sorpreso.
«Parto domani mattina…tra qualche ora, intendo. Sono sicuro Effedr abbia già preparato i miei bagagli per il viaggio.»
«Lo so bene. Eric viene con te.»
«Eric? Mi accompagna con la scorta? Non è troppo giovane?»
«No, testavuota. Viene con te al Monastero.»
«Al Monas…» Lancel non sapeva cosa rispondere, nessuno lo aveva avvisato del coinvolgimento del figlio di Frest in tutta quella faccenda. «Mi spiace, non lo sapevo…ma il costo di studiare al Monastero…»
«Tuo padre penserà a tutto, gliel’ho chiesto io. Vi farà bene, vedrai.»
«Hmm…»
«Dagli un occhio, va bene? Datevi una mano a vicenda e vedrai che andrà tutto bene. È solo per qualche anno. Passerà in fretta ed in men che non si dica sarete di nuovo entrambi qua, a dar fastidio alla gente che lavora onestamente. Vedrai.»
«Io…»
«Ehi ragazzo, ti ho detto di dargli un occhio. Non ti ho sentito dire che lo farai.»
«…certo che lo farò. Gli darò un occhio io.»
«Ecco, così va meglio. Senti, lo so che non è quello che vorresti, ma imparerai cose importanti con i Monaci, vedrai.»
«Hmm…» Lancel si lasciò andare appoggiandosi con la schiena all’umida pietra. Non aveva senso stare a discutere, comunque. Il Duca aveva dato un ordine, e gli ordini del Duca sarebbero stati rispettati, in un modo o nell’altro.
«Meglio che te ne vai a riposare un po’, sarà un viaggio
lungo.»
Aveva ragione, convenne Lancel. Prese le sue cose, indossò il pesante mantello e si inoltrò nella nebbia, risalendo verso le mura e i cortili interni, verso le sue stanze.
Addormentato nel suo comodo ed ampio letto ducale, sognò profondamente. Non era la prima volta che faceva quel sogno, ed ogni volta lo odiava con tutto sé stesso.
Suo padre non c’era più, riconosciuto tra i Santi alla Corte d’Estia, e così lui era per diritto divenuto Duca e Signore di quelle terre. Signore della più influente e rispettata tra tutte le casate del Regno.
Sedeva su di una versione molto più sfarzosa del trono sito in realtà nella sala degli appelli. Il popolo andava da lui, non chiedeva udienza, ma gridava a gran voce le proprie richieste, il proprio disprezzo e disappunto. Tutti lo odiavano, ma non potevano niente contro il suo potere e la sua autorità.
Perché lo odiavano? Cos’aveva fatto loro di male per meritarsi quel trattamento? Forse loro lo odiavano per lo stesso motivo per cui suo padre ora non voleva più posare lo sguardo su di lui. Le loro parole un confuso vociare indiscernibile.
Cosa gli stavano dicendo? Cosa volevano da lui? Il loro schiamazzo era insopportabile, come il peso della ridicola corona che portava.
Il sogno finiva come sempre alla medesima maniera. Lancel prendeva dalla sua testa e lanciava contro di loro il simbolo divino della sua autorità in terra, alzandosi e gridando tutta la sua rabbia.
Si svegliò nel suo letto, avvolto da una debole luce mattutina, smorzata dai pesanti velluti alle finestre. Sudato, ma anche talmente abituato a quello stupido incubo da non farci più troppo caso. Anche Effedr non accorreva più, quando lo sentiva gridare nel sonno. Si diede una rinfrescata davanti al grande specchio, notando la sua pessima cera e l’intreccio di capelli dorati che aveva ormai una vita propria.
Si fottano, pensò riferendosi a suo padre ed ai suoi servitori, se mi vogliono presentabile mi daranno una sistemata loro.
Dalla finestra la vista sulla cittadina si era fatta più chiara con il diradarsi della foschia. I ripidi tetti delle case si stringevano l’un l’altro, come a cercare di tenersi più caldi contro il tocco della brina. Erano gli ultimi giorni dell’estate, ma a quelle altezze il freddo arrivava presto, e li avrebbe lasciati tardi. Li aspettava un autunno di giornate calde e notti gelide, come sempre.
Nel cortile interno fervevano i preparativi per la carovana che lo avrebbe condotto al Monastero. Li avrebbe condotti, sarebbe stato meglio dire, perché Eric sarebbe andato con lui.
Non è sufficiente esser esiliato in quel posto, dovevano affibbiarmi anche il ragazzino. Di bene in meglio.
Si mise una vestaglia di folta pelliccia ed uscì in cerca di qualcosa da mangiare. La sua ultima colazione nel castello.
Effedr aveva come sempre già preparato tutto nella grande sala da pranzo privata, con il tavolo circolare che poteva accomodare una quindicina di commensali, dove Lancel mangiava regolarmente solo ormai da mesi.
Il Monastero, rifletté addentando una fetta di lardo, i più grandi condottieri del regno hanno avuto i loro natali proprio lì.
Battezzati a nuova vita dopo aver ricevuto il sacramento della Rinascita. Da quel momento in poi la loro morte li porta alla resurrezione nella gloria di Estia.
Estia, Dea della Croce e suprema protettrice della Corte di Erthram, lo fissava dall’arazzo in cui era rappresentata, incombendo sulla stanza.
Quanti sono già morti, spinti alla conquista di quel maledetto regno che è il Kohrstnach? Quell’orrenda terra grigia e brulla, inospitale e dimenticata dagli dèi? Siedono davvero, ora, nella gloria tra le stelle?
La fine dell’ultima Imperatrice di Sangue aveva segnato il tragico destino di quelle terre, e nulla avevano potuto i resti del loro esercito contro i Chierici che avevano passato la vita a studiare la preghiera della battaglia al Monastero.
Quest’ennesima guerra si protraeva già da diversi anni, ma l’ultimo assedio volgeva ormai al termine. Per una tale vittoria suo padre sarebbe stato ampiamente ricompensato, Generale delle Armate della Croce qual era.
Lancel sorseggiò del vino dolce. Per lui era tutto molto diverso.
Uno come lui non aveva posto in un luogo come quello.
Aveva molte qualità, a detta dei suoi tutori: era un ragazzo intelligente, imparava in fretta e godeva di un’ottima memoria.
Ma era magro, fin troppo magro, e per giunta caduco. Si ammalava spesso, a volte anche seriamente. Sembrava un ragazzo fuori posto, più adatto alla vita nel mite clima delle grandi pianure del Misra, rispetto alle umide terre della Croce. Invece non solo era nato tra le colline di Falldren, ne sarebbe divenuto anche il Signore di diritto.
Non era un guerriero, e non lo sarebbe mai stato.
Quell’onore sarebbe dovuto spettare a Barion, suo fratello minore, che nonostante gli anni di differenza era il doppio di lui in quanto a stazza e forza, oltre che a coraggio. Un chierico fatto e finito. Suo padre lo sapeva, ma questo era ormai un dettaglio insignificante.
Suo fratello era morto, e lui avrebbe preso il suo posto al Monastero.
Alzò lo sguardo sull’arazzo appeso alla parete davanti a lui, grande ed opprimente sulla sala dorata. Estia lo osservava dalla croce, la testa incappucciata avvolta nella sua santa luce, ricordandogli il suo posto nel mondo.
Lancel sbuffò inzuppando un pezzo di pane, affogando il suo disappunto in una caraffa di latte. Nel giro di qualche giorno sarebbe divenuto Novizio nella Casa della Santissima Croce, presso il monastero dei Chierici dello Scudo.







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